Lascia un commento

OGNI UOVO SOGNA DI VOLARE

lancio-di-uovaPerché devo vedere la foto di un piede umano marcescente sul pacchetto di sigarette? Che senso ha? È un avvertimento sulle possibili conseguenze del fumo? Bene, allora, per coerenza, sulle etichette destinate agli alcolici, dovrebbero mettere, come minimo, il primo piano di un fegato spappolato dalla cirrosi epatica. Sai che piacere andare al supermercato. Ci ritroveremo davanti allo scaffale della birra con la stessa faccia di chi è costretto ad assistere a uno svisceramento durante un’autopsia. Sempre per coerenza, anche le automobili, dovrebbero essere avvolte da una stampa digitale raffigurante una bella faccia appena fracassata in un incidente. Immaginate i ragazzi che hanno appena preso la patente e vorrebbero andare in giro a rimorchiare. – Vuoi un passaggio? Con quella faccia? No, grazie! – Finirebbero tutti col prendere i mezzi pubblici, ma anche su quelli, dovrebbe esserci un avvertimento sugli effetti collaterali: una gigantografia dei coglioni di chi aspetta un autobus a Roma. Oltre ad essere coerenti bisognerebbe anche stare al passo con i tempi. Ad esempio, prendiamo tutti questi ragazzi che si lanciano nel vuoto e volano a 180 km/h sfiorando pericolosamente le pareti di una montagna. Non ce la vogliamo mettere una foto anche su queste tute alari? Magari qualcosa di meno splatter, ma comunque efficace: la foto di una frittata con sopra scritto “Ogni uovo sogna di volare”. In quanti si lancerebbero ancora? E su quanti altri prodotti, dovrebbero mettere questo genere di avvertimento? Anche la televisione dovrebbe essere venduta con mille avvertimenti salvavita, e comunque, prima dell’inizio di un programma di Barbara D’Urso, dovrebbe essere obbligatorio trasmettere un documentario sulla lobotomizzazione di massa. In chiesa, il giorno del matrimonio, prima del fatidico sì, non dovrebbero essere mostrate le foto delle possibili conseguenze di un matrimonio senza amore? Anche in questo caso non sarebbero belle immagini da vedere. Per non parlare delle cabine elettorali, dove non sono affissi dei cartelli che avvertono sul possibile senso di nausea che si prova appena si entra e non ci sono foto che rappresentano la merda in tutte le sue forme. Devo andare avanti con gli esempi fino ad arrivare alle foto di pollici gonfi e tumefatti, per la vendita di martelli dal ferramenta, o è chiaro che questa storia delle fotografie sui pacchetti di sigarette è una grandissima stronzata?

Lascia un commento

C’era una volta in America…

01927eb8a37dc81fc1d52236cd92367d4262583cbdCaro vecchio Bob, la distanza tra “Toro scatenato” e “Nonno scatenato” misura la profondità dell’abisso in cui da anni sei misteriosamente precipitato. Pensare che una volta, da spettatore fedele e innamorato quale ero, aspettavo l’uscita di un tuo film come un napoletano (o un turista giapponese) attenderebbe la liquefazione del sangue di San Gennaro. Per me eri Robert De Niro, punto e basta. Indiscutibile come un santo, misterioso e riservato come un banchiere, puntuale e preciso come un maniaco; un camaleonte, bravo fino all’antipatia, un professionista estremo, un talebano dell’Actor’s Studio, un mito assoluto, un punto di riferimento per attori e spettatori affamati di talento. Basta dare una rapida occhiata alla tua filmografia per rendersi conto che di film straordinari, importanti e significativi, ne hai fatti talmente tanti che c’è solo l’imbarazzo della scelta. Oggi, sembra incredibile, ma c’è rimasto soltanto l’imbarazzo delle tue scelte. Vederti così spaesato, non dico che fa male, ma rabbia, sì. Piange il cuore a coglierti impreparato in quello che fai. Se posso permettermi, ti suggerirei di seguire l’esempio di Tarantino e di ispirarti al cinema italiano degli anni settanta e ottanta, dove a far ridere con una pernacchia, sempre se permetti, eravamo noi italiani i veri maestri. Insomma, Bob, datti da fare. Guardati la filmografia completa di Lino Banfi, studia personaggi come Bombolo, immaginati in un film insieme a Pippo Franco, Jerry Calà e Jimmy il fenomeno, usa la fantasia; tra l’altro ci assomigli pure un po’ a Jimmy, potresti carpirne i segreti e riproporlo in America, sarebbe un successone. Ma se proprio vuoi stupirci, allora devi trovare il coraggio di andare fino in fondo alla strada che hai deciso di intraprendere e devi affrontare il più grande di tutti: Alvaro Vitali.

Pensaci.

2 commenti

OSTACOLI

SamusocialTre gradi a destra, signora con carrello per la spesa in uscita dal portone. Andatura lenta, incerta e oscillante. Sei gradi a sinistra, signore con cappotto colorato, fermo, immobile, sta ascoltando le diverse suonerie del suo telefono con la stessa attenzione di chi cerca di captare segnali alieni dallo spazio. Tra una mazurca e una samba riesco a infilarmi e a passare, ma è solo l’inizio. Tra me e il bar che vorrei raggiungere c’è un brulicare di umanità disperata. Serve una precisione balistica, per calcolare in anticipo tutte le traiettorie e il loro possibile incrociarsi. Comincia così un obbligato ed estenuante zigzag, tra fastidiosi individui piantati sul marciapiede, assorti nei loro smartphone e congelati come tante inquietanti sentinelle in piedi. Chi non guarda, chi non pensa, chi si ferma e ci ripensa, chi ti segue precedendoti, chi non si sposta, chi lo fa apposta, chi esce da un negozio con la grazia di un orango, chi ti chiama, chi ti chiede, chi ti saluta; insomma tutto questo non aiuta. E poi ci sono quelli che devono camminare sempre l’uno accanto all’altro, inseparabili come Los tres amigos. Eccoli che mi vengono incontro, uniti dalla loro idiozia, su questo marciapiede largo appena un metro e mezzo. Mentre comincio a valutare l’ipotesi di saltarli, inventandomi una mossa di parkour, dalla sinistra mi supera una badante rumena che urla al telefono e tiene sottobraccio una signora anziana che non riesce a stare al suo passo. Mi fa venire in mente lo stesso tragico destino di quei poveri cani che, mentre stanno marcando il territorio, vengono strattonati e trascinati per metri sull’asfalto, da padroni molto distratti e poco sensibili. La badante, determinata come una testa di ariete, prosegue nella sua corsa costringendo il terzetto a sciogliersi frettolosamente. I tre riescono ad evitare l’impatto frontale, ma le gambe dell’anziana signora al seguito, ormai completamente abbandonate alla forza cinetica, volteggiano pericolosamente ad altezza stinco. Soltanto uno di loro riesce a saltare in tempo e ad evitare di essere falciato via. Gli altri due rimangono a terra con le caviglie in mano. Ancora non so se arriverò al bar per fare colazione, ma so che la giustizia prima o poi arriva e può persino indossare un paio di pesantissime scarpe ortopediche.

Lascia un commento

UN PASSO INDIETRO

Un passo indietroSovrastimare qualcuno è un piccolo errore di valutazione per eccesso, che può nascere da una sana propensione ad accogliere il prossimo nella legittima speranza che sia una persona degna di questo nome e non l’ennesima sagoma di cartone, dunque non vale la pena perdersi d’animo per così poco. Capita spesso di incontrare personaggi che si atteggiano a quello che non sono, che scimmiottano valori all’ombra di un’ideologia da mezzobusto e che si erigono a faro filosofico, dispensando perle di saggezza, un tanto al chilo, buone soltanto per il codazzo di adulatori che in genere li segue, neanche fossero dei Guido Tersilli a spasso per la clinica. Si riconoscono subito dalle dimensioni spropositate del loro ego e dall’incontenibile bisogno di straparlare senza contegno, senza dignità e soprattutto senza che nessuno gli abbia chiesto niente. Quando mi rendo conto che ho a che fare con un buffone, non vedo perché continuare a sprecare il mio fiato, anche solo per pronunciare due sillabe. Non sono affatto costretto a partecipare a un formale teatrino di volgare ipocrisia; decido io, eventualmente, da chi farmi prendere in giro. Preferisco togliergli il saluto, e non per capriccio o per livore, ma per un sereno risparmio energetico. Altrimenti sarebbe come se salutassi un pupazzo, francamente mi sentirei anche a disagio.

Lascia un commento

Il palazzo della vergogna

Il palazzo della vergogna

2 commenti

IL VIGILE INDIANO

SandokanVisto dalla strada neanche si nota, lo si confonderebbe facilmente con un parcheggio o un piccolo mercato coperto senza identità, invece, nascosto dalla vegetazione e da un’elegantissima rete verde, c’è uno squallido prefabbricato che ospita il Corpo di Polizia Locale di Roma Capitale, II° Gruppo “Parioli”. Incredibile. Spinto più dalla curiosità, che dalla reale necessità, sono entrato per vedere con i miei occhi l’interno di questa affascinante “sede municipale”. Entrando ho avuto la sensazione di essere finito in un ufficio postale abbandonato di una qualche sperduta provincia balcanica non meglio identificata. Se in un angolo ci fosse stato Goran Bregovic che suonava la fisarmonica non avrebbe affatto stonato. A completare il quadro è però arrivato un uomo in divisa dall’aspetto molto trasandato, direi sciatto e approssimativo, che non faceva nulla per nascondere un’evidente apatia giunta allo stadio terminale. Dopo un formale saluto, ho cominciato a spiegare il motivo che mi aveva portato lì, ovvero le grida incessanti di una famiglia di psicopatici che ho la fortuna di avere come vicini di casa, ma non sono riuscito a completare il racconto. Il vigile, con aria sempre più stanca, ma stranamente complice, ha iniziato una lamentela infinita e disinibita sulle condizioni in cui versa questa città, ormai abbandonata a se stessa; dove ognuno è libero di fare quello che vuole, dove non esiste più niente, è finito tutto. Ha elencato una serie interminabile di banalità e paradossi e ha concluso, quasi cercando conforto in me, che se c’è uno che è indignato, quello è lui! Se c’è uno che è schifato, quello è lui. Se c’è uno incazzato, più di quanto non lo fossi io prima di entrare nel suo “ufficio”, quello è sempre lui! Mi dice che non c’è soluzione, che siamo in una situazione di emergenza assoluta, ma non possiamo fare niente, quindi, tanto vale prenderla con filosofia e non fare assolutamente niente. C’è stata una pausa. Una lunga pausa. Gli ho chiesto come si sentiva ad indossare quella divisa. Ha spalancato i suoi grandi occhi e mi ha risposto che tanto il suo sogno è quello di andarsene a vivere in India.

Lascia un commento

Edizione Straordinaria – Oggi alle 12.00

Successo TV il nuovo canale televisivo per un pubblico già lobotomizzato.

l'ultimo dei canali

Anna Zonzo

View original post

5 commenti

GUARDIA, GUARDIA SCELTA, MARESCIALLO E BRIGADIERE

Sherlock HolmesForse è stato superato un limite, un punto di non ritorno, riguardo alla diffusa dipendenza da smartphone, l’unico vero e proprio dispositivo di distrazione di massa. Ogni giorno parlo con persone che non mi guardano e guardo persone che parlano da sole. Vedo gente al volante sempre distratta dal telefono. Autisti di mezzi pubblici che hanno evidentemente scambiato la loro postazione di guida con il cesso di casa, dove sarebbe molto più lecito passare il tempo a socializzare sulle chat e a farsi i selfie con lo sciacquone a catenella sullo sfondo. Ormai anche chi va su due ruote ha preso questo andazzo e ha perso il mio rispetto; ne vedo sempre di più guidare con una mano sola e senza la testa, che passa più tempo piegata verso il telefono che in avanti per guardare dove stanno andando. E anche se in qualche modo riescono a non essere un pericolo per sé stessi, lo sono senza dubbio per tutti gli altri che hanno la sfortuna di trovarseli davanti mentre seguono le loro traiettorie suicide. Traiettorie imprevedibili, non molto diverse da quelle dei pedoni che, sempre a testa bassa e telefono in mano, si lanciano in mezzo alla strada, in un bizzarro e goffo tentativo di attraversarla, probabilmente proprio mentre stanno scrivendo su Facebook quanto è bella la vita. In questo panorama di lobotomizzati non ho potuto fare a meno di notare che anche poliziotti, carabinieri, e chiunque abbia una divisa e sia pagato per presidiare o controllare un territorio, e garantire quindi la pubblica sicurezza o il privato interesse, non è affatto immune da tale assurda patologia. Militari di guardia, vigilantes fuori le banche, agenti di polizia seduti in macchina, vigili urbani, scorte fisse sotto casa, tutti a testa china sul telefono. Ma che idea abbiamo della sicurezza? Sicurezza: Condizione in cui non si corrono rischi o pericoli; Insieme del personale specializzato che ha il compito di intervenire in situazioni di emergenza in una struttura complessa quale un ufficio, un albergo, una banca, con professionalità… Professionalità: Qualità di chi svolge il proprio lavoro con competenza, scrupolosità e adeguata preparazione professionale; Complesso di qualità che distinguono il professionista dal dilettante, quali la competenza, la costanza dell’impegno, l’attenzione… Attenzione: Concentrazione dei sensi e della mente per svolgere un’attività con responsabilità… Responsabilità: La condizione di dovere rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo determinante. Obblighi che derivano dalla posizione che si occupa, dai compiti, dagli incarichi che si sono assunti… Dunque, voi assumereste, e quindi paghereste con i vostri soldi, persone che vigilano in questo modo? Come faranno ad accorgersi di quello che gli accade intorno se il loro sguardo è sempre rivolto verso il basso? Basso come il livello della loro professionalità. Di che cosa potranno mai accorgersi se passano il tempo con la testa piegata sul telefono? Se qualunque lavoro necessita della dovuta attenzione e concentrazione, anche il più semplice, figuriamoci un lavoro di vigilanza e di pubblica sicurezza. Mi rendo conto che non è facile notare e far notare certi comportamenti, in un’epoca come la nostra, soprattutto se ciò che dovremmo notare somiglia molto alla nostra immagine riflessa, alle nostre malsane abitudini; ma cogliere in flagrante, ogni giorno, tutti questi “garanti della sicurezza” immersi nel loro passatempo preferito, ha suscitato in me ulteriore sgomento sui tempi che stiamo vivendo. In molti, probabilmente, non ci troveranno nulla di male, anzi apprezzeranno la “guardia” trendy che cazzeggia su internet invece di lavorare. Chissà, però, se un giorno, incontrando un chirurgo, altrettanto trendy, che ovviamente in sala operatoria ha l’abitudine di operare con il bisturi in una mano e lo smartphone nell’altra, non cambieranno idea? Non è detto. Diventa inutile persino usare una lente d’ingrandimento se quello che osserviamo non lo vogliamo vedere.

Lascia un commento

ARIDATECE LO SCOPINO!

Alberto SordiC’era una volta il signor scopino. C’era una volta, appunto, ora non c’è più. Oggi al suo posto c’è una signora che, tutte le mattine, prima di sedersi sui gradini della chiesa per chiedere l’elemosina, spazza una buona porzione di marciapiede, proprio come se fosse una qualsiasi negoziante che giustamente cerca di mantenere pulito e decoroso il suo luogo di lavoro. Poco importa se la signora, finite le faticose pulizie, utilizza i bambini come comparse affamate per stuzzicare il pubblico sensibile; l’importante è mantenere pulite le apparenze, sport in cui noi italiani possiamo vantare una certa eccellenza. In molti saranno contenti di vedere che c’è comunque qualcuno che pulisce. Io no. In molti penseranno che almeno questa signora fa anche qualcosa di utile. Io no. In molti saranno convinti che in fondo quello è il male minore. Io invece, pensate un po’, sono convinto che tutto quello è un teatrino che fa male a tutti, in particolare proprio al minore. In molti giudicheranno sempre e solo quello che appare, proprio perché hanno bisogno di vedere i bambini affamati in strada per commuoversi e giustificare una perversa ipocrisia, figlia del loro egoismo più inconscio. Io no. Io invece, dietro quei quattro colpi di scopa, oltre a vederci l’assenza vergognosa e inquietante degli eredi moderni dello scopino, ovvero gli operatori ecologici 2.0 (nel senso che molto spesso, pur essendo in due, il risultato finale è a impatto zero, visto che uno è al telefono e l’altro legge il giornale) vedo la prepotenza, l’ignoranza e l’arroganza di chi vuole accaparrarsi un pezzo di suolo pubblico per il più bieco dei motivi: sfruttare l’infanzia di un bambino. Aridatece lo scopino!

Lascia un commento

CON LA CINTA, NO?!

Mario BregaSe c’è una cosa che m’accide è l’indifferenza, diceva con mal celata sofferenza il mitico Angelo Infanti alias Manuel Fantoni, in una memorabile scena di “Borotalco”, film cult degli anni ’80 che ha segnato intere generazioni. Se oggi c’è una cosa che mi uccide, dico io con la sua stessa enfasi, è l’ipocrisia. Riesco a malapena a sopportare gli stolti, che ancora credono a tutto quello che vedono; quelli che si convincono che è la pura verità, quella che c’è scritta su un biglietto di carta lasciato sul tavolino di un ristorante o sul sedile di un treno da un sedicente bisognoso. Tollero con fatica la cecità di tutti coloro che si muovono a compassione non appena vedono un tizio sporco, con il cappotto sdrucito, che chiede l’elemosina al semaforo; ignorando che si tratta di un fenomeno teatrale, truffaldino e criminale, ampiamente noto e conosciuto nella capitale come la banda dei cappottari. Non parliamo poi di tutti quei ragazzi di colore che stazionano annoiati davanti agli ingressi dei bar e dei supermercati, telefonino in una mano e cappello da baseball nell’altra, che chiedono soldi in cambio di un “buongiorno”. C’è chi crede che non ce li ha messi nessuno in quei posti. Invece l’ipocrisia di chi è culturalmente preparato, ma intellettualmente disonesto, che con il massimo candore nega il fatto che dietro certi giri ci sia il controllo delle mafie e che mi dice che fare certe affermazioni significa fare dietrologia(!), non la riesco più a tollerare. La stessa ipocrisia di quelli sempre pronti a dare del fascista (e basta!) a chiunque manifesti un po’ di insofferenza nel vedere questa città abbandonata a se stessa, che annega in un degrado sociale, civile e urbanistico senza precedenti. Questa ipocrisia non la sopporto più, perché è la forma più bassa della menzogna e come tale meriterebbe l’intervento non di uno, ma di dieci, cento, mille Mario Brega che si tolgono la cinta dai pantaloni per ristabilire un minimo di ordine mentale necessario. E lui non era comunista così, ma comunista così!!!

Lascia un commento

E NON CI LASCEREMO MAI…

Divorzio all'italianaPoverina. Mi telefonava da settimane con la costanza e la pazienza di un gesuita, ma io ogni volta o non rispondevo, oppure mi facevo negare. Alla fine ho ceduto. Quando ho risposto al telefono il tono della sua voce era quello di chi si sta giocando il tutto per tutto e avvertivo in lei una certa prudenza nello scegliere le parole da dire; temeva di avermi già perso, ma allo stesso tempo sperava ancora di potermi riavere. Le dissi chiaramente che ormai la mia decisione era irrevocabile e che non c’era nulla al mondo che avrebbe potuto farmi cambiare idea. La mia sicurezza le suscitava sgomento, ma anche se le tremava la voce, si ostinava a fare domande per cercare di capire il motivo del mio rifiuto. Quando le confessai che la ragione principale della nostra separazione era da attribuire alla noia, la disperazione prese il sopravvento e crollò in un balbettio incomprensibile. La serenità con cui di fatto l’avevo gentilmente liquidata non lasciava spazio a nessun appiglio, ma lei non si arrese; ostinata come una testimone di Geova e improvvisamente maliziosa come Tinì Cansino ai tempi del Drive in, mi fece una serie di proposte indecenti che, sempre con garbo, rifiutai fermamente. Mi parve di sentire un singulto. Quando infine, forse con troppa leggerezza, dissi che quel legame per me non era stato altro che una distrazione durata fin troppo e di cui volevo liberarmi già da tempo, mi resi conto di averla ferita, ma ormai era troppo tardi. Con un filo di voce mi disse che avrei dovuto restituire il regalo che avevo ricevuto all’inizio del nostro rapporto, ma non riuscì a dire tutta la frase in maniera chiara, perché fu interrotta da un singhiozzo che esplose in un pianto disperato. A quel punto, imbarazzato, chiusi istintivamente la comunicazione. Avevo rotto una promessa e avevo fatto piangere una ragazza, ma non era colpa mia se al call center di Sky non si rassegnavano all’idea di perdermi come cliente.

Lascia un commento

A PIEDI NUDI NEL BANCOMAT

IMG_1511-0Il bof è un sospiro esistenziale che nasce spontaneamente non appena muore una piccola certezza quotidiana. Può anche essere un bofonchio, uno sbuffo o un lamento, che esprime noia e fastidio di fronte a un imprevisto che mi fa perdere del tempo prezioso. Quando invece l’imprevisto è ormai diventato talmente prevedibile da apparire scontato, come il cartello “Torno subito” affisso da una settimana sulla vetrina del fabbro, allora il bof si allunga fino a diventare un confuso soliloquio, privo di qualunque utilità, esattamente come quel cartello. Lo stesso accade quando cerco un bancomat e puntualmente il primo che trovo è sempre fuori servizio. La banalità di quella sottile striscia rossa che campeggia in basso sullo schermo, per avvertirmi che il prelievo è “temporaneamente” non disponibile, mi uccide. Ogni volta si ripete la stessa scena, sempre uguale a se stessa, senza mai una variazione: entro in una banca, mi avvicino al bancomat, noto la striscia rossa sullo schermo ed esco bestemmiando più incazzato di Bill Murray nella sua Giornata della marmotta. Una monotonia agghiacciante interrotta soltanto pochi giorni fa, quando sono entrato in una banca e ho trovato la direttrice della filiale, circondata dai suoi dipendenti, svenuta in terra proprio davanti ai due sportelli automatici. Una novità incredibile che per poco non ha fatto perdere i sensi anche a me. Mentre facevo un passo indietro per attendere fuori e i soliti curiosi ne facevano uno in avanti per cercare un posto in prima fila, è arrivata l’ambulanza che ha rapidamente messo fine al piccolo trambusto che si era creato. Quando la direttrice è stata portata via, in evidente stato confusionale, la situazione è lentamente tornata alla normalità e finalmente mi sono potuto avvicinare ai due bancomat. Su entrambi i monitor, anche stavolta, era presente la striscia rossa. Ho finto indifferenza e sono uscito dalla banca. Il bof, da soliloquio è diventato turpiloquio, farcito con maledizioni incomprensibili, rivolte a tutte le banche, i banchieri, i bancari e ovviamente anche ai direttori di filiale. Qualcosa mi dice che non sono vane.

4 commenti

LA COLAZIONE DEL MERLO

IMG_9208Ho letto da qualche parte che gli uccelli che vivono in città hanno sempre più difficoltà a trovare del cibo e quindi un piccolo gesto, come quello di lasciare una manciata di briciole sul terrazzo, potrebbe essere addirittura determinante per la loro sopravvivenza. Che ansia! Dopo le api, che a quest’ora dovrebbero essere già scomparse dal pianeta con tutte le conseguenze catastrofiche del caso, ecco annunciata la minaccia dell’estinzione di merli, passeri e fringuelli. Gli unici che non sono a rischio pare che siano i gabbiani. Qui a Roma, sembra che abbiano subìto delle evidenti mutazioni genetiche e quelli che non si nutrono di carcasse di lavatrici, ruggine e qualunque tipo di scarto industriale, li trovi spavaldamente seduti al pub a sgranocchiare pistacchi davanti a una buona birra; le altre specie, se non le aiutiamo, sono spacciate. Non ho trovato tracce di Voyager o particelle di Focus nell’articolo, dunque l’ho ritenuto plausibile e ho cominciato a prendere l’abitudine di lasciare delle briciole di pane sul terrazzo, in genere la mattina molto presto. Il primo giorno ho visto un merlo staccarsi dall’albero del vicino con così tanta energia che sembrava quasi che l’albero l’avesse sputato in aria. Dopo una breve ricognizione aerea è atterrato con prudenza, bloccandosi a circa un metro dalle molliche di pane. A questo punto si è guardato attorno con circospezione e con la stessa attenzione di un artificiere che si appresta a disinnescare una bomba, si è avvicinato in avanti compiendo dei piccoli balzelli. La diffidenza lo ha fatto esitare un’ultima volta, poi la fame ha vinto sul sospetto e finalmente si è riempito il becco. Da allora, ogni mattina, sorseggio il caffè mentre osservo il merlo che organizza con cura il suo cestino take away. La colazione del merlo è diventata patrimonio della mia quotidianità.

Lascia un commento

PENSAVO FOSSE UNA VALANGA…

Jack Torrance

Ho visto  il film svedese “Turist”. Lo spunto di questo pluripremiato film che in Italia è uscito con il titolo “Forza maggiore” è interessante. Durante una vacanza sulle Alpi francesi una coppia con due figli si ritrova improvvisamente minacciata da una valanga, ma negli istanti che precedono la potenziale tragedia, il marito scappa, abbandonando di fatto la moglie e i figli al loro destino. In realtà i turisti vengono investiti da una nuvola di neve e non da una valanga vera e propria, quindi una volta scampato il pericolo, il marito ritorna facendo il vago, ma quanto accaduto metterà in crisi il loro rapporto di coppia. Vista la trama mi aspettavo dei dialoghi arguti e una sceneggiatura brillante in grado di scandagliare profondità psicologiche mai esplorate. A prevalere, invece, è stato soprattutto il silenzio, utile evidentemente soltanto a Tomas, il marito disagiato incapace di reagire e soprattutto di spiegare il suo gesto per quasi tutto il film. Il personaggio appare bloccato, non riesce ad andare né avanti né indietro, come la macchina da presa che sembra sempre inchiodata sulla neve; e anche se è chiara la scelta stilistica, che non è comunque originale, si ha lo stesso l’impressione che persino l’operatore di ripresa dopo ogni ciak si sia annoiato e se ne sia andato abbandonando il set. Come biasimarlo. Da spettatore avrei voluto anche io abbandonare la proiezione, ma non avendolo fatto  – per una forma di masochismo che sto cercando di combattere  – mi sono ritrovato a gridare insieme al protagonista, quando dalla cima di una montagna dà finalmente libero sfogo alla sua rabbia repressa. In sala ha subito fatto eco un Ebbasta! Qualcuno piangeva per la noia, qualcun altro per il troppo bianco della neve, in fondo la vera protagonista del film. Se sullo schermo si erano salvati tutti, in sala cominciavano a sentirsi i primi lamenti e si contavano le prime perdite. Soltanto quando è arrivata la scena surreale in cui il marito “dimostra” di aver ritrovato il perduto senso di protezione per la famiglia, hanno smesso di piangere per il dolore e hanno cominciato a piangere dalle risate. Poi è arrivato il colpo di grazia: il finale. L’autista che guida il pullman in maniera sconsiderata poteva rappresentare la vera opportunità di riscatto per Tomas; se c’era qualcuno che avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di costringere l’autista a fermarsi, questo era proprio lui. Invece, misteriosamente, anche qui è stata la moglie ad aver preso l’iniziativa per evitare il peggio. Dunque, alla fine della vacanza, nulla è cambiato. Una valanga di complimenti spropositati per un film di due ore di cui non resta che una nuvola di neve, letale soprattutto per gli spettatori congelati dalla noia.

Lascia un commento

NOSTRA SIGNORA DELLE PULIZIE

misery_1Quando eravamo giovani le pulizie di casa praticamente non ci riguardavano, al massimo si affrontavano superficialmente quando era veramente necessario e in genere sotto la pressione di una minaccia che ci costringeva a trovare soluzioni talmente rapide e creative da rasentare l’illusionismo. Forse eravamo abili nel rendere apparentemente ordinata una stanza dove sembrava essere esplosa una bancarella di abiti usati e magari eravamo capaci di restituire una parvenza di normalità a un intero appartamento dopo un festino a base di alcol e droghe – tecniche senz’altro utili in futuro se all’improvviso saremo costretti a sbarazzarci di prove imbarazzanti prima di un’irruzione della polizia – ma il concetto “pulizie di casa” restava qualcosa di astratto, una roba incomprensibile di cui giustamente ce ne fregava poco o niente. Soltanto se a casa si ventilava l’ipotesi di assumere una ragazza per fare le pulizie, l’argomento poteva suscitare un certo interesse, ma più per la speranza di arricchire le fantasie erotiche di adolescente in piena esplosione ormonale che per una reale e approfondita conoscenza dell’acaro e della sua eliminazione. Se un tempo tutto questo non ci interessava, col passare degli anni, come spesso accade, le prospettive cambiano insieme alle necessità e un bel giorno ci ritroveremo adulti a gestire la nostra vita, la nostra casa e anche la nostra signora delle pulizie. Non sarà facile trovare la persona giusta a cui affidare le chiavi della nostra intimità, ma durante la selezione avremo l’opportunità di conoscere personaggi incredibili. Ci ritroveremo faccia a faccia con la collaboratrice domestica professionista, maniaca della chimica, capace di ispezionare attentamente tutti gli angoli dell’appartamento come se dovesse fare delle ristrutturazioni in muratura; dopo aver raccontato per ore la storia della sua vita e di quella di centinaia di specie di batteri dirà che ovviamente non potrà svolgere il suo lavoro di “bonifica” senza il supporto di alcuni prodotti specifici e prima di andarsene lascerà una lista della spesa con settantadue nomi diversi di detersivi da comprare. Incontreremo la ragazza straniera con un disperato bisogno di soldi che pur di ottenere il lavoro proporrà una tariffa extra con l’happy ending e solo in quel momento capiremo che c’è stato un equivoco e che per circa un’ora abbiamo parlato pensando a prestazioni professionali diverse. Saremo presi per il culo dalla polvere nascosta sotto al divano e pagheremo qualcuno che invece di pulire passerà le ore a guardare le telenovelas in cucina mangiando interi pacchi dei nostri biscotti preferiti, prima di trovare la persona adatta. Ma alla fine troveremo la nostra signora delle pulizie e una volta trovata la vita non sarà più la stessa. Penseremo che i nostri problemi saranno finalmente risolti e che da quel momento in poi l’aiuto di qualcuno in casa ci renderà sicuramente più liberi. Ma non sarà così. Se da una parte ci sentiremo sollevati dall’idea che qualcuno venga a casa nostra una o due volte alla settimana per pulire e mettere in ordine le nostre cose, dall’altra ci sentiremo frustrati proprio perché qualcuno verrà a casa nostra una o due volte alla settimana per pulire e mettere in ordine le nostre cose. Le prime volte resteremo a casa illudendoci di poter dirigere i lavori, invece saremo spostati da una stanza all’altra come un soprammobile fino a ritrovarci isolati in un angolo del salotto, sulle uniche mattonelle asciutte che ci saranno state concesse dal führer della cera e lì aspetteremo la fine dei lavori senza poter muovere un muscolo, provando la spiacevole sensazione di essere prigionieri in casa propria. Se invece riusciremo ad evitare il sequestro di persona tornando a casa a lavori ultimati proveremo la strana sensazione di essere entrati a casa di qualcun altro; riconosceremo il nostro mobilio, ma non la sua nuova disposizione. Sarà inutile provare a contrastare qualunque forma di espressione creativa, col tempo impareremo ad amare queste ed altre meravigliose sorprese e lentamente ci adatteremo alle abitudini della nostra nuova padrona di casa.

Lascia un commento

GIOVANI MARMOTTE

Giovani marmotteBasta mettere in vendita un oggetto di uso comune a un prezzo stracciato, pubblicando un annuncio con il proprio numero di telefono, per avere la conferma che ci sono molte persone sole al mondo, alcune disturbate, altre annoiate, che amano perdere tempo e forse amano anche farlo perdere al prossimo. Quando si tratta di vecchi pensionati, rincoglioniti, che non sanno più come passare la giornata e che quel giorno hanno deciso di sfogliare il giornale degli annunci, piuttosto che farsi il solito giro sull’autobus da un capolinea all’altro, non ci trovo niente di strano. Invece, quello che mi colpisce è constatare la giovane età di certi individui strambi, evidentemente affetti da una prematura demenza senile. Ne conto sempre di più. Oggi è stato il ragazzo che ha risposto all’annuncio, dandomi prima del lei, poi del tu e infine chiedendomi addirittura se io fossi una signora o un ragazzo. Quotidianamente, incontro quello che cammina come un rabdomante ubriaco, quello che si presenta dandomi una pacca sulla spalla, come se ci conoscessimo da una vita, per poi guardarmi negli occhi con un sorriso da ebete; oppure quello che basta guardarlo negli occhi per capire che è un ebete e che gli mancano diversi anelli della catena evolutiva. Ogni giorno, pur non essendo un neuropsichiatra, ho la sensazione di essere circondato da una massa di giovani lobotomizzati, quasi incapaci di relazionarsi con gli altri, se non attraverso un linguaggio scarso, approssimativo e soprattutto dotato di un vocabolario misero e inconsistente. Perché? Ed è inutile poi, tentare di scorgere qualunque pallido riferimento alle basi della buona educazione, sarebbe l’ennesima perdita di tempo. Non c’è speranza, c’è solo il tempo che passa e cambia, così come i modi, le mode, i verbi e gli avverbi. Infatti, non si scrive più, si parla sempre meno, si chatta e basta; il telefono è diventato un chattofono, da usare anche come uno specchio, per condividere momenti di vita, ma filtrata e patinata, di certo poco vissuta. Solo emozioni seriali da sfornare freneticamente, etichettare, catalogare e disperdere immediatamente in un mare di uguaglianza e banalità, dove ci si distingue per quel che si appare e forse ci si estingue per quel che si è. Ho pensato la stessa cosa anche quando ho visto tre individui circolare per le strade di una capitale europea conciati come degli orsetti lavatori e mi sono posto certe domande, tipo: quale sarà stata la molla che ha fatto scattare in loro la decisione di acquistare questi ridicoli copricapo da idiota, a pelo lungo? Sarà successo prima o dopo la sosta al negozio che vende i funghetti? Nel secondo caso, sarebbe un’attenuante? Sono tre cervelli in fuga che vogliono mantenere l’anonimato? Oppure i cervelli di questi tre procioni sono già fuggiti altrove, visto che chiedevano informazioni mugugnando in uno strano idioma? Ma la domanda che è nata spontanea, trovandomi davanti agli occhi queste tre schegge impazzite del turismo, è stata semplicemente: perché? Ma è inutile domandarselo, è chiaro che vogliono apparire così per distinguersi. E devo dire che ci sono riusciti benissimo. Quello che invece non è chiaro ed è lecito domandarsi è: quanto mancherà all’estinzione?

Lascia un commento

IMPARERAI A CONOSCERMI

IMG_5086Ero sul marciapiede accanto alla mia moto, stavo aspettando una persona, quando a un certo punto, un tizio, che si trovava abbastanza distante da me, mentre stava chiudendo il suo scooter mi ha guardato e con voce alta e piglio sicuro mi ha detto – Anche tu vai su all’ufficio X? – Per quanto suonasse come una domanda, non era una domanda vera e propria; il tono era retorico e dava per scontata la mia risposta.
Forse è un veggente ho pensato.
– Allora saliamo insieme! – Ha subito aggiunto, entusiasta, confermando la mia ipotesi.
In quel momento il numero dei giri al secondo dei miei pensieri è aumentato vorticosamente.
“Saliamo, chi? Insieme, dove? E perché dovremmo salire insieme? Ma chi è questo? Ma dove…? Mica ci siamo incontrati nell’androne di un palazzo o siamo davanti alla porta di un ascensore che mi dici saliamo insieme… Siamo per strada, mi parli da lontano, non ti conosco, neanche ti avvicini… Ci sono decine di uffici qui, c’è addirittura un poliambulatorio medico, cosa ti fa supporre che io stia andando proprio nello stesso posto dove stai andando tu? E poi tu, chi? Ma chi sei? Che vuoi? Chi ti conosce? Saluta, presentati, e che cazzo!”
– Ma ci conosciamo? – non ho potuto fare a meno di domandare, dopo un lento movimento del collo che accompagnava il vortice dei pensieri, ma anche la ricerca della messa a fuoco del mio sguardo.
–  No, ma ci conosceremo!  – ha subito controbattuto lui, senza modificare di un millimetro quel sorriso vuoto che aveva stampato sulla faccia. Lo ha detto senza la virgola e come se la frase fosse una sola parola: nomaciconosceremo.
Inquietante.
I pensieri hanno frenato bruscamente, così come si bloccherebbero le ruote dentate di un complesso ingranaggio meccanico se qualcuno all’improvviso vi infilasse dentro un bastone.
– Mah… Guarda… Sentiti libero di salire anche senza di me – ho detto, cercando al volo le parole, poi mi sono voltato e sono sprofondato immobile nelle mie riflessioni di cartapesta. 
“Se vuoi rivolgerti a qualcuno che non conosci e magari per vincere la timidezza e sentirti più sciolto decidi di interpretare la parte di Fonzie, va bene, ma sempre con il dovuto rispetto e la vecchia buona educazione, altrimenti oltre a prenderti una confidenza del tutto fuori luogo, rischi di prenderti anche qualcos’altro. Ma quello che veramente mi atterrisce è constatare, sempre più spesso, che le persone tendono a bruciare qualunque tappa necessaria a compiere anche il più semplice dei percorsi. Sembra che abbiano fretta di raggiungere ognuno la propria meta, ma senza la fatica e la compagnia del viaggio, che evidentemente viene considerato troppo faticoso se non addirittura una perdita di tempo. Ma se togliessimo l’esperienza del viaggio, l’esplorazione, la scoperta e il confronto con sé stessi in ciascuno di questi momenti, soprattutto i più difficili, che cosa rimarrebbe? Alla fine che senso avrebbe raggiungere quella meta? 
Sarebbe come affittare una costosissima attrezzatura da alpinista, farsi portare in elicottero sulla cima di una montagna e poi con la faccia come il culo unirsi alla soddisfazione di un gruppo di scalatori che proprio in quel momento ha appena raggiunto la vetta dopo anni di sacrifici.
Che senso ha far finta di vivere?
Lascia un commento

GLI OCCHIALI DELLA SINISTRA

IMG_1478Qualche giorno fa raccontavo di quei mercati improvvisati, di merce rubata e roba trafugata dai secchioni dell’immondizia, che ogni giorno contribuiscono a deturpare la nostra città. Parlavo di illegalità, sporcizia e degrado sotto qualunque forma, sotto gli occhi di tutti, in pieno giorno, in pieno centro. Descrivevo semplicemente quello che vedono i miei occhi; ma è anche tutto abbondantemente documentato su internet, attraverso siti apolitici e privi di etichette ideologiche, che ormai da anni, grazie ad innumerevoli testimonianze, denunciano lo stato di abbandono in cui versa Roma. Eppure, chi mi ascoltava distrattamente, mi guardava come si guarda un pazzo visionario che racconta storie fantastiche di invasioni aliene su mondi extraterrestri. Sembrava non capire di cosa stessi parlando e alla fine ha giustamente concluso dicendo che ce l’avevo con gli immigrati; in pratica mi ha dato del razzista. Sono rimasto abbracciato al silenzio e all’imbarazzo scaturiti da questo insulto gratuito. Poi ho sorriso. Non è certo la prima volta che incontro persone, che pur vivendo a Roma fanno finta di non vedere le reali condizioni di questa città e danno del razzista o del fascista a chiunque provi a fare un discorso sulla legalità; in fondo sono le stesse che votano quelli che fanno finta di non essere al governo insieme a uno che si chiama Silvio Berlusconi. Io continuo ad usare i miei occhiali e a fidarmi di più dei Nazisti dell’Illinois.

Lascia un commento

LA SCIMMIA CHE ARRIVA DAL MARE

ScimmiaVedere un gruppo di cittadini italiani, tentare di fare irruzione nel palazzo dove lo Stato “ospita” gli immigrati clandestini, al grido di “Scimmie, vi bruciamo vivi!”, armati di spranghe, coltelli e bastoni, ma evidentemente sprovvisti di cervello, è l’ennesimo segnale che questo Paese sta inesorabilmente affondando, proprio come affondano quei barconi che solcano il Mediterraneo, stracolmi di capri espiatori.
Lo scandalo che ha mandato in tilt l’unico neurone impazzito, sopravvissuto nelle menti deserte di questi trogloditi dell’era della caverna touch-screen, è riassumibile nel fatto che i disgraziati che fuggono da guerra e fame ricevono dallo Stato un “alloggio” e una “paga”. Questo è intollerabile. Gli italiani tollerano benissimo il fatto di essere governati da decenni, sempre dagli stessi delinquenti che rubano tutto quello che possono oltre ogni decente confine di immaginazione, fino a portare il Paese alla povertà sociale, culturale ed economica; ma la scimmia che arriva dal mare, quella proprio no! Dunque, tra l’assenza dello Stato e la presenza dell’immigrato, noi scegliamo di combattere la seconda, ci concentriamo sull’effetto e non sulla causa.
Un popolo che non sa più neanche dove indirizzare la propria rabbia è un popolo smarrito. Eppure non è difficile, basterebbe uno specchio per capire chi è la vera scimmia.

7 commenti

(S)TALKER

IMG_1461Detesto le chiacchiere inutili, sono più imbarazzanti di un temuto ma auspicabile silenzio. Chissà perché le persone dicono qualunque cosa pur di non dire niente e guardano sempre gli altri, pur di non guardarsi dentro. Ho visto e ascoltato un uomo parlare per quasi tre ore solo di sé stesso, senza che mai, in un solo momento, sia stato colto dal dubbio che nessuno avesse voglia di ascoltarlo così a lungo. L’ho visto imperterrito, ignorare dei chiari segnali di noia e disorientamento nei volti di chi lo ascoltava, e continuare a parlare, parlare, parlare, sperticandosi in una logorrea spastica infinita. Una diarrea di parole che si ripetevano all’infinito. Anche quando mi sono ingobbito sul quotidiano che stavo cercando di leggere ha avuto il coraggio di bussare alle mie spalle pur di ricevere un cenno di consenso e approvazione. Inutili anche lo sguardo assassino e lo sbadiglio plateale. Niente. Un egotismo implacabile da riversare sugli altri senza alcuna pietà. Un uomo capace di produrre un muro del suono infrangibile, a differenza dei coglioni di chi era costretto ad ascoltare. Dopo tre ore e cinque minuti di monologo, sorpreso di essere ancora vivo, mi metto la giacca, prendo il casco, lo zaino, saluto tutti, e vado via, raggiungendo la moto come chi emerge dalle acque profonde dopo un’apnea ai limiti della resistenza umana. Il cielo nel frattempo era diventato nero, si era alzato il vento e i lampi annunciavano un imminente temporale, ma la gioia di non avere più quella voce lamentosa nelle orecchie era talmente grande che avrei sorriso anche di fronte all’arrivo di un tifone forza nove. Invece, mentre ripongo il blocca disco sotto la sella, avverto l’ombra minacciosa di una presenza invadente e avviene l’incredibile. Quando alzo lo sguardo è troppo tardi, quello che vedono i miei occhi manda in tilt il cervello: è ancora lui, l’uomo che si parlava addosso. Mi afferra un braccio e come se non ci fossimo mai visti, inizia a raccontare le stesse identiche cose che ha già raccontato per tre ore. Sono incredulo e indeciso: non so se chiamare il 118 per lui e il 113 per me, oppure segnalare il caso alla redazione di “Stalking”. In quei secondi fatali che possono cambiare per sempre il corso della vita, decido per la migliore difesa possibile; giro la chiave, metto in moto, chiudo il casco e parto come se la strada si sbriciolasse dietro di me, come se non ci fosse un domani. Dopo un minuto di fuga, tipo Mission Impossible, l’unica cosa che invece non c’era più era il mio zaino; per sfuggire alle micidiali chiacchiere ero partito senza averlo assicurato alla sella con il ragno elastico. Un grido di dolore si è alzato al cielo, che in quel preciso momento ha deciso di rovesciare sulla città una pioggia monsonica. Torno di corsa al punto di partenza, mentre il grido diventa invocazione e il dolore si trasforma in un numero di bestemmie superiore al numero dei giri del motore, ma il mio zaino non lo vedo, non c’è. È sparito. Perso per sempre. Lui invece mi sembra di vederlo ancora lì, in piedi, da solo, ad annegare nelle sue stesse parole, o forse è solo un’allucinazione da stordimento acustico.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: