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IL TEMPORALE È JAZZ

Contano di più le parole dette o sono i lunghi silenzi a dare senso al tempo che passa? Il temporale è jazz, meglio improvvisare qualcosa. Vado a cercarmi. Sono in un coffeshop di Amsterdam, nelle cucine di un ristorante, dietro il bancone di un bar in centro, in un cinema a Parigi. Piove ancora. Sono a scuola che “rispondo” ai professori, sono tra i sorrisi impuniti degli ultimi banchi e nei bagni a fumare di nascosto. Sono tra quelli che arrivano puntuali e aspettano, tra le promesse rimandate e le poesie accartocciate. Sono un libro abbandonato, un pranzo non pagato, un vizio prolungato. Sono uno spettacolo a teatro. Sono quello che soffre dietro le quinte, non cercarmi alla fine di un romanzo, io sono quello che vedi.

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6 commenti su “IL TEMPORALE È JAZZ

  1. E non facciamone una questione di stile. Ma di fiato, gambe e tempo. Saltare a piè pari su una pozzanghera a tradimento. Prendere la rincorsa dietro un treno. Darsi ancora cinque minuti mentre la doccia scorre. E tirare poi il fiato, fin sotto le coperte. E rimanere e cambiare e sospirare. Somigliare a fiume, bufera e temporale. Senza regole e col fiatone. Nè fine, nè inizio. Solo durante.

  2. E quasi dispiace che sia finita 🙂

  3. Il senso al tempo che passa non lo danno più i fatti?

  4. Credo che siano i fatti e le azioni a contare.. E anche le reazioni..

  5. Concordo. Buona serata.

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