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ALLAH AL BAR

IMG_7051Dopo poche ore di volo, trascorse in serenità, a mangiare, bere e controllare dall’oblò che non si avvicinasse alcun missile terra-aria, l’aereo arriva a Marrakech senza fastidi, a parte il solito applauso cafone da atterraggio. Il trasporto dall’aeroporto al riad, nascosto nei vicoli della Medina, avviene in due tempi: prima in una jeep guidata da un pazzo convinto di essere Michael Douglas all’inseguimento della pietra verde, poi a piedi, seguendo una guida berbera giunta dal deserto, che ci ha fatto strada tra i micidiali vicoli della città vecchia. Dopo il primo dei circa centottanta tè alla menta che da quel momento in poi avremmo bevuto quotidianamente, ci viene consegnata una simpatica mappa. Probabilmente disegnata da un bambino di tre anni, in teoria avrebbe dovuto garantirci l’orientamento necessario per ritornare al riad una volta usciti. In pratica, per sapere se dovevamo girare a destra o a sinistra, ad ogni incrocio, ho dato cinque euro a chiunque incontrassi. Eravamo in Marocco da poche ore e avevamo già molti amici che ci seguivano spassionatamente. Per sbaglio devo aver dato anche cinque euro a qualcuno che invece di darci indicazioni ci ha dato un pezzetto di hashish; incresciosi equivoci dovuti alla difficoltà di comunicazione…
Quindi dopo un narghilè corretto ci siamo immersi nel famigerato Suk.
Indossare abiti occidentali, con l’aggravante di essere accompagnati da una ragazza bionda, significa dimenticarsi di passare inosservati: tutti vogliono vendervi di tutto. I più audaci spuntano all’improvviso da dietro un angolo, ci vestono come neanche Arturo Brachetti riuscirebbe e senza poter reagire ci ritroviamo con l’ennesima tazza di tè alla menta in mano, coinvolti in un’estenuante trattativa, fatta di buffe pantomime, bluff e colpi di scena che ci fanno sentire a nostro agio come sul set di una telenovelas. Un piccolo teatrino al quale è impossibile sottrarsi, a meno che non decidiate di indossare il Djellaba, il loro abito tradizionale e ve ne andiate in giro da soli, bofonchiando qualcosa che assomigli vagamente a un gramelot arabo. In caso ricordatevi di buttare qua e là un “Allah Akbar” e non un “Allah Albar”, le cui conseguenze potrebbero essere inimmaginabili.  Se terminerete le vostre intime digressioni con un “Inshallah”, non vi fermerà più nessuno.
Dove invece fermarsi a lungo può far solo che bene è sicuramente l’Hammam: luogo dove i sensi si perdono senza che nessuno li reclami con tanta fretta.
Anche qui è bastato avvicinarsi e chiedere solo un’informazione, per ritrovarsi con una tazza di tè in una mano e un paio di micro-mutande di carta nell’altra; prima di sparire inghiottito dal vapore, per essere lavato e coccolato da mani sconosciute, alle quali però mi sono abbandonato volentieri, scivolando talvolta in fantasie erotiche del tutto legittimate dal generoso décolleté della giovane marocchina. Sulla pelle rimane la viva sensazione di un tempo lontanissimo e di un mondo, forse, ancora più lontano. Un’esperienza estatica dagli innumerevoli benefici, tra cui, non ultimo, un profondo e duraturo senso di pace interiore, misteriosamente scomparso non appena ho rimesso piede in Italia.
Ed è subito voglia di deserto.

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