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(S)TALKER

IMG_1461Detesto le chiacchiere inutili, sono più imbarazzanti di un temuto ma auspicabile silenzio. Chissà perché le persone dicono qualunque cosa pur di non dire niente e guardano sempre gli altri, pur di non guardarsi dentro. Ho visto e ascoltato un uomo parlare per quasi tre ore solo di sé stesso, senza che mai, in un solo momento, sia stato colto dal dubbio che nessuno avesse voglia di ascoltarlo così a lungo. L’ho visto imperterrito, ignorare dei chiari segnali di noia e disorientamento nei volti di chi lo ascoltava, e continuare a parlare, parlare, parlare, sperticandosi in una logorrea spastica infinita. Una diarrea di parole che si ripetevano all’infinito. Anche quando mi sono ingobbito sul quotidiano che stavo cercando di leggere ha avuto il coraggio di bussare alle mie spalle pur di ricevere un cenno di consenso e approvazione. Inutili anche lo sguardo assassino e lo sbadiglio plateale. Niente. Un egotismo implacabile da riversare sugli altri senza alcuna pietà. Un uomo capace di produrre un muro del suono infrangibile, a differenza dei coglioni di chi era costretto ad ascoltare. Dopo tre ore e cinque minuti di monologo, sorpreso di essere ancora vivo, mi metto la giacca, prendo il casco, lo zaino, saluto tutti, e vado via, raggiungendo la moto come chi emerge dalle acque profonde dopo un’apnea ai limiti della resistenza umana. Il cielo nel frattempo era diventato nero, si era alzato il vento e i lampi annunciavano un imminente temporale, ma la gioia di non avere più quella voce lamentosa nelle orecchie era talmente grande che avrei sorriso anche di fronte all’arrivo di un tifone forza nove. Invece, mentre ripongo il blocca disco sotto la sella, avverto l’ombra minacciosa di una presenza invadente e avviene l’incredibile. Quando alzo lo sguardo è troppo tardi, quello che vedono i miei occhi manda in tilt il cervello: è ancora lui, l’uomo che si parlava addosso. Mi afferra un braccio e come se non ci fossimo mai visti, inizia a raccontare le stesse identiche cose che ha già raccontato per tre ore. Sono incredulo e indeciso: non so se chiamare il 118 per lui e il 113 per me, oppure segnalare il caso alla redazione di “Stalking”. In quei secondi fatali che possono cambiare per sempre il corso della vita, decido per la migliore difesa possibile; giro la chiave, metto in moto, chiudo il casco e parto come se la strada si sbriciolasse dietro di me, come se non ci fosse un domani. Dopo un minuto di fuga, tipo Mission Impossible, l’unica cosa che invece non c’era più era il mio zaino; per sfuggire alle micidiali chiacchiere ero partito senza averlo assicurato alla sella con il ragno elastico. Un grido di dolore si è alzato al cielo, che in quel preciso momento ha deciso di rovesciare sulla città una pioggia monsonica. Torno di corsa al punto di partenza, mentre il grido diventa invocazione e il dolore si trasforma in un numero di bestemmie superiore al numero dei giri del motore, ma il mio zaino non lo vedo, non c’è. È sparito. Perso per sempre. Lui invece mi sembra di vederlo ancora lì, in piedi, da solo, ad annegare nelle sue stesse parole, o forse è solo un’allucinazione da stordimento acustico.

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7 commenti su “(S)TALKER

  1. Questo pezzo è fantastico e angosciante allo stesso tempo!
    Bravo, veramente bravo

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