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GIOVANI MARMOTTE

Giovani marmotteBasta mettere in vendita un oggetto di uso comune a un prezzo stracciato, pubblicando un annuncio con il proprio numero di telefono, per avere la conferma che ci sono molte persone sole al mondo, alcune disturbate, altre annoiate, che amano perdere tempo e forse amano anche farlo perdere al prossimo. Quando si tratta di vecchi pensionati, rincoglioniti, che non sanno più come passare la giornata e che quel giorno hanno deciso di sfogliare il giornale degli annunci, piuttosto che farsi il solito giro sull’autobus da un capolinea all’altro, non ci trovo niente di strano. Invece, quello che mi colpisce è constatare la giovane età di certi individui strambi, evidentemente affetti da una prematura demenza senile. Ne conto sempre di più. Oggi è stato il ragazzo che ha risposto all’annuncio, dandomi prima del lei, poi del tu e infine chiedendomi addirittura se io fossi una signora o un ragazzo. Quotidianamente, incontro quello che cammina come un rabdomante ubriaco, quello che si presenta dandomi una pacca sulla spalla, come se ci conoscessimo da una vita, per poi guardarmi negli occhi con un sorriso da ebete; oppure quello che basta guardarlo negli occhi per capire che è un ebete e che gli mancano diversi anelli della catena evolutiva. Ogni giorno, pur non essendo un neuropsichiatra, ho la sensazione di essere circondato da una massa di giovani lobotomizzati, quasi incapaci di relazionarsi con gli altri, se non attraverso un linguaggio scarso, approssimativo e soprattutto dotato di un vocabolario misero e inconsistente. Perché? Ed è inutile poi, tentare di scorgere qualunque pallido riferimento alle basi della buona educazione, sarebbe l’ennesima perdita di tempo. Non c’è speranza, c’è solo il tempo che passa e cambia, così come i modi, le mode, i verbi e gli avverbi. Infatti, non si scrive più, si parla sempre meno, si chatta e basta; il telefono è diventato un chattofono, da usare anche come uno specchio, per condividere momenti di vita, ma filtrata e patinata, di certo poco vissuta. Solo emozioni seriali da sfornare freneticamente, etichettare, catalogare e disperdere immediatamente in un mare di uguaglianza e banalità, dove ci si distingue per quel che si appare e forse ci si estingue per quel che si è. Ho pensato la stessa cosa anche quando ho visto tre individui circolare per le strade di una capitale europea conciati come degli orsetti lavatori e mi sono posto certe domande, tipo: quale sarà stata la molla che ha fatto scattare in loro la decisione di acquistare questi ridicoli copricapo da idiota, a pelo lungo? Sarà successo prima o dopo la sosta al negozio che vende i funghetti? Nel secondo caso, sarebbe un’attenuante? Sono tre cervelli in fuga che vogliono mantenere l’anonimato? Oppure i cervelli di questi tre procioni sono già fuggiti altrove, visto che chiedevano informazioni mugugnando in uno strano idioma? Ma la domanda che è nata spontanea, trovandomi davanti agli occhi queste tre schegge impazzite del turismo, è stata semplicemente: perché? Ma è inutile domandarselo, è chiaro che vogliono apparire così per distinguersi. E devo dire che ci sono riusciti benissimo. Quello che invece non è chiaro ed è lecito domandarsi è: quanto mancherà all’estinzione?

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