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GUARDIA, GUARDIA SCELTA, MARESCIALLO E BRIGADIERE

Sherlock HolmesForse è stato superato un limite, un punto di non ritorno, riguardo alla diffusa dipendenza da smartphone, l’unico vero e proprio dispositivo di distrazione di massa. Ogni giorno parlo con persone che non mi guardano e guardo persone che parlano da sole. Vedo gente al volante sempre distratta dal telefono. Autisti di mezzi pubblici che hanno evidentemente scambiato la loro postazione di guida con il cesso di casa, dove sarebbe molto più lecito passare il tempo a socializzare sulle chat e a farsi i selfie con lo sciacquone a catenella sullo sfondo. Ormai anche chi va su due ruote ha preso questo andazzo e ha perso il mio rispetto; ne vedo sempre di più guidare con una mano sola e senza la testa, che passa più tempo piegata verso il telefono che in avanti per guardare dove stanno andando. E anche se in qualche modo riescono a non essere un pericolo per sé stessi, lo sono senza dubbio per tutti gli altri che hanno la sfortuna di trovarseli davanti mentre seguono le loro traiettorie suicide. Traiettorie imprevedibili, non molto diverse da quelle dei pedoni che, sempre a testa bassa e telefono in mano, si lanciano in mezzo alla strada, in un bizzarro e goffo tentativo di attraversarla, probabilmente proprio mentre stanno scrivendo su Facebook quanto è bella la vita. In questo panorama di lobotomizzati non ho potuto fare a meno di notare che anche poliziotti, carabinieri, e chiunque abbia una divisa e sia pagato per presidiare o controllare un territorio, e garantire quindi la pubblica sicurezza o il privato interesse, non è affatto immune da tale assurda patologia. Militari di guardia, vigilantes fuori le banche, agenti di polizia seduti in macchina, vigili urbani, scorte fisse sotto casa, tutti a testa china sul telefono. Ma che idea abbiamo della sicurezza? Sicurezza: Condizione in cui non si corrono rischi o pericoli; Insieme del personale specializzato che ha il compito di intervenire in situazioni di emergenza in una struttura complessa quale un ufficio, un albergo, una banca, con professionalità… Professionalità: Qualità di chi svolge il proprio lavoro con competenza, scrupolosità e adeguata preparazione professionale; Complesso di qualità che distinguono il professionista dal dilettante, quali la competenza, la costanza dell’impegno, l’attenzione… Attenzione: Concentrazione dei sensi e della mente per svolgere un’attività con responsabilità… Responsabilità: La condizione di dovere rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo determinante. Obblighi che derivano dalla posizione che si occupa, dai compiti, dagli incarichi che si sono assunti… Dunque, voi assumereste, e quindi paghereste con i vostri soldi, persone che vigilano in questo modo? Come faranno ad accorgersi di quello che gli accade intorno se il loro sguardo è sempre rivolto verso il basso? Basso come il livello della loro professionalità. Di che cosa potranno mai accorgersi se passano il tempo con la testa piegata sul telefono? Se qualunque lavoro necessita della dovuta attenzione e concentrazione, anche il più semplice, figuriamoci un lavoro di vigilanza e di pubblica sicurezza. Mi rendo conto che non è facile notare e far notare certi comportamenti, in un’epoca come la nostra, soprattutto se ciò che dovremmo notare somiglia molto alla nostra immagine riflessa, alle nostre malsane abitudini; ma cogliere in flagrante, ogni giorno, tutti questi “garanti della sicurezza” immersi nel loro passatempo preferito, ha suscitato in me ulteriore sgomento sui tempi che stiamo vivendo. In molti, probabilmente, non ci troveranno nulla di male, anzi apprezzeranno la “guardia” trendy che cazzeggia su internet invece di lavorare. Chissà, però, se un giorno, incontrando un chirurgo, altrettanto trendy, che ovviamente in sala operatoria ha l’abitudine di operare con il bisturi in una mano e lo smartphone nell’altra, non cambieranno idea? Non è detto. Diventa inutile persino usare una lente d’ingrandimento se quello che osserviamo non lo vogliamo vedere.

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ARIDATECE LO SCOPINO!

Alberto SordiC’era una volta il signor scopino. C’era una volta, appunto, ora non c’è più. Oggi al suo posto c’è una signora che, tutte le mattine, prima di sedersi sui gradini della chiesa per chiedere l’elemosina, spazza una buona porzione di marciapiede, proprio come se fosse una qualsiasi negoziante che giustamente cerca di mantenere pulito e decoroso il suo luogo di lavoro. Poco importa se la signora, finite le faticose pulizie, utilizza i bambini come comparse affamate per stuzzicare il pubblico sensibile; l’importante è mantenere pulite le apparenze, sport in cui noi italiani possiamo vantare una certa eccellenza. In molti saranno contenti di vedere che c’è comunque qualcuno che pulisce. Io no. In molti penseranno che almeno questa signora fa anche qualcosa di utile. Io no. In molti saranno convinti che in fondo quello è il male minore. Io invece, pensate un po’, sono convinto che tutto quello è un teatrino che fa male a tutti, in particolare proprio al minore. In molti giudicheranno sempre e solo quello che appare, proprio perché hanno bisogno di vedere i bambini affamati in strada per commuoversi e giustificare una perversa ipocrisia, figlia del loro egoismo più inconscio. Io no. Io invece, dietro quei quattro colpi di scopa, oltre a vederci l’assenza vergognosa e inquietante degli eredi moderni dello scopino, ovvero gli operatori ecologici 2.0 (nel senso che molto spesso, pur essendo in due, il risultato finale è a impatto zero, visto che uno è al telefono e l’altro legge il giornale) vedo la prepotenza, l’ignoranza e l’arroganza di chi vuole accaparrarsi un pezzo di suolo pubblico per il più bieco dei motivi: sfruttare l’infanzia di un bambino. Aridatece lo scopino!

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CON LA CINTA, NO?!

Mario BregaSe c’è una cosa che m’accide è l’indifferenza, diceva con mal celata sofferenza il mitico Angelo Infanti alias Manuel Fantoni, in una memorabile scena di “Borotalco”, film cult degli anni ’80 che ha segnato intere generazioni. Se oggi c’è una cosa che mi uccide, dico io con la sua stessa enfasi, è l’ipocrisia. Riesco a malapena a sopportare gli stolti, che ancora credono a tutto quello che vedono; quelli che si convincono che è la pura verità, quella che c’è scritta su un biglietto di carta lasciato sul tavolino di un ristorante o sul sedile di un treno da un sedicente bisognoso. Tollero con fatica la cecità di tutti coloro che si muovono a compassione non appena vedono un tizio sporco, con il cappotto sdrucito, che chiede l’elemosina al semaforo; ignorando che si tratta di un fenomeno teatrale, truffaldino e criminale, ampiamente noto e conosciuto nella capitale come la banda dei cappottari. Non parliamo poi di tutti quei ragazzi di colore che stazionano annoiati davanti agli ingressi dei bar e dei supermercati, telefonino in una mano e cappello da baseball nell’altra, che chiedono soldi in cambio di un “buongiorno”. C’è chi crede che non ce li ha messi nessuno in quei posti. Invece l’ipocrisia di chi è culturalmente preparato, ma intellettualmente disonesto, che con il massimo candore nega il fatto che dietro certi giri ci sia il controllo delle mafie e che mi dice che fare certe affermazioni significa fare dietrologia(!), non la riesco più a tollerare. La stessa ipocrisia di quelli sempre pronti a dare del fascista (e basta!) a chiunque manifesti un po’ di insofferenza nel vedere questa città abbandonata a se stessa, che annega in un degrado sociale, civile e urbanistico senza precedenti. Questa ipocrisia non la sopporto più, perché è la forma più bassa della menzogna e come tale meriterebbe l’intervento non di uno, ma di dieci, cento, mille Mario Brega che si tolgono la cinta dai pantaloni per ristabilire un minimo di ordine mentale necessario. E lui non era comunista così, ma comunista così!!!

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E NON CI LASCEREMO MAI…

Divorzio all'italianaPoverina. Mi telefonava da settimane con la costanza e la pazienza di un gesuita, ma io ogni volta o non rispondevo, oppure mi facevo negare. Alla fine ho ceduto. Quando ho risposto al telefono il tono della sua voce era quello di chi si sta giocando il tutto per tutto e avvertivo in lei una certa prudenza nello scegliere le parole da dire; temeva di avermi già perso, ma allo stesso tempo sperava ancora di potermi riavere. Le dissi chiaramente che ormai la mia decisione era irrevocabile e che non c’era nulla al mondo che avrebbe potuto farmi cambiare idea. La mia sicurezza le suscitava sgomento, ma anche se le tremava la voce, si ostinava a fare domande per cercare di capire il motivo del mio rifiuto. Quando le confessai che la ragione principale della nostra separazione era da attribuire alla noia, la disperazione prese il sopravvento e crollò in un balbettio incomprensibile. La serenità con cui di fatto l’avevo gentilmente liquidata non lasciava spazio a nessun appiglio, ma lei non si arrese; ostinata come una testimone di Geova e improvvisamente maliziosa come Tinì Cansino ai tempi del Drive in, mi fece una serie di proposte indecenti che, sempre con garbo, rifiutai fermamente. Mi parve di sentire un singulto. Quando infine, forse con troppa leggerezza, dissi che quel legame per me non era stato altro che una distrazione durata fin troppo e di cui volevo liberarmi già da tempo, mi resi conto di averla ferita, ma ormai era troppo tardi. Con un filo di voce mi disse che avrei dovuto restituire il regalo che avevo ricevuto all’inizio del nostro rapporto, ma non riuscì a dire tutta la frase in maniera chiara, perché fu interrotta da un singhiozzo che esplose in un pianto disperato. A quel punto, imbarazzato, chiusi istintivamente la comunicazione. Avevo rotto una promessa e avevo fatto piangere una ragazza, ma non era colpa mia se al call center di Sky non si rassegnavano all’idea di perdermi come cliente.

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A PIEDI NUDI NEL BANCOMAT

IMG_1511-0Il bof è un sospiro esistenziale che nasce spontaneamente non appena muore una piccola certezza quotidiana. Può anche essere un bofonchio, uno sbuffo o un lamento, che esprime noia e fastidio di fronte a un imprevisto che mi fa perdere del tempo prezioso. Quando invece l’imprevisto è ormai diventato talmente prevedibile da apparire scontato, come il cartello “Torno subito” affisso da una settimana sulla vetrina del fabbro, allora il bof si allunga fino a diventare un confuso soliloquio, privo di qualunque utilità, esattamente come quel cartello. Lo stesso accade quando cerco un bancomat e puntualmente il primo che trovo è sempre fuori servizio. La banalità di quella sottile striscia rossa che campeggia in basso sullo schermo, per avvertirmi che il prelievo è “temporaneamente” non disponibile, mi uccide. Ogni volta si ripete la stessa scena, sempre uguale a se stessa, senza mai una variazione: entro in una banca, mi avvicino al bancomat, noto la striscia rossa sullo schermo ed esco bestemmiando più incazzato di Bill Murray nella sua Giornata della marmotta. Una monotonia agghiacciante interrotta soltanto pochi giorni fa, quando sono entrato in una banca e ho trovato la direttrice della filiale, circondata dai suoi dipendenti, svenuta in terra proprio davanti ai due sportelli automatici. Una novità incredibile che per poco non ha fatto perdere i sensi anche a me. Mentre facevo un passo indietro per attendere fuori e i soliti curiosi ne facevano uno in avanti per cercare un posto in prima fila, è arrivata l’ambulanza che ha rapidamente messo fine al piccolo trambusto che si era creato. Quando la direttrice è stata portata via, in evidente stato confusionale, la situazione è lentamente tornata alla normalità e finalmente mi sono potuto avvicinare ai due bancomat. Su entrambi i monitor, anche stavolta, era presente la striscia rossa. Ho finto indifferenza e sono uscito dalla banca. Il bof, da soliloquio è diventato turpiloquio, farcito con maledizioni incomprensibili, rivolte a tutte le banche, i banchieri, i bancari e ovviamente anche ai direttori di filiale. Qualcosa mi dice che non sono vane.

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LA COLAZIONE DEL MERLO

IMG_9208Ho letto da qualche parte che gli uccelli che vivono in città hanno sempre più difficoltà a trovare del cibo e quindi un piccolo gesto, come quello di lasciare una manciata di briciole sul terrazzo, potrebbe essere addirittura determinante per la loro sopravvivenza. Che ansia! Dopo le api, che a quest’ora dovrebbero essere già scomparse dal pianeta con tutte le conseguenze catastrofiche del caso, ecco annunciata la minaccia dell’estinzione di merli, passeri e fringuelli. Gli unici che non sono a rischio pare che siano i gabbiani. Qui a Roma, sembra che abbiano subìto delle evidenti mutazioni genetiche e quelli che non si nutrono di carcasse di lavatrici, ruggine e qualunque tipo di scarto industriale, li trovi spavaldamente seduti al pub a sgranocchiare pistacchi davanti a una buona birra; le altre specie, se non le aiutiamo, sono spacciate. Non ho trovato tracce di Voyager o particelle di Focus nell’articolo, dunque l’ho ritenuto plausibile e ho cominciato a prendere l’abitudine di lasciare delle briciole di pane sul terrazzo, in genere la mattina molto presto. Il primo giorno ho visto un merlo staccarsi dall’albero del vicino con così tanta energia che sembrava quasi che l’albero l’avesse sputato in aria. Dopo una breve ricognizione aerea è atterrato con prudenza, bloccandosi a circa un metro dalle molliche di pane. A questo punto si è guardato attorno con circospezione e con la stessa attenzione di un artificiere che si appresta a disinnescare una bomba, si è avvicinato in avanti compiendo dei piccoli balzelli. La diffidenza lo ha fatto esitare un’ultima volta, poi la fame ha vinto sul sospetto e finalmente si è riempito il becco. Da allora, ogni mattina, sorseggio il caffè mentre osservo il merlo che organizza con cura il suo cestino take away. La colazione del merlo è diventata patrimonio della mia quotidianità.

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PENSAVO FOSSE UNA VALANGA…

Jack Torrance

Ho visto  il film svedese “Turist”. Lo spunto di questo pluripremiato film che in Italia è uscito con il titolo “Forza maggiore” è interessante. Durante una vacanza sulle Alpi francesi una coppia con due figli si ritrova improvvisamente minacciata da una valanga, ma negli istanti che precedono la potenziale tragedia, il marito scappa, abbandonando di fatto la moglie e i figli al loro destino. In realtà i turisti vengono investiti da una nuvola di neve e non da una valanga vera e propria, quindi una volta scampato il pericolo, il marito ritorna facendo il vago, ma quanto accaduto metterà in crisi il loro rapporto di coppia. Vista la trama mi aspettavo dei dialoghi arguti e una sceneggiatura brillante in grado di scandagliare profondità psicologiche mai esplorate. A prevalere, invece, è stato soprattutto il silenzio, utile evidentemente soltanto a Tomas, il marito disagiato incapace di reagire e soprattutto di spiegare il suo gesto per quasi tutto il film. Il personaggio appare bloccato, non riesce ad andare né avanti né indietro, come la macchina da presa che sembra sempre inchiodata sulla neve; e anche se è chiara la scelta stilistica, che non è comunque originale, si ha lo stesso l’impressione che persino l’operatore di ripresa dopo ogni ciak si sia annoiato e se ne sia andato abbandonando il set. Come biasimarlo. Da spettatore avrei voluto anche io abbandonare la proiezione, ma non avendolo fatto  – per una forma di masochismo che sto cercando di combattere  – mi sono ritrovato a gridare insieme al protagonista, quando dalla cima di una montagna dà finalmente libero sfogo alla sua rabbia repressa. In sala ha subito fatto eco un Ebbasta! Qualcuno piangeva per la noia, qualcun altro per il troppo bianco della neve, in fondo la vera protagonista del film. Se sullo schermo si erano salvati tutti, in sala cominciavano a sentirsi i primi lamenti e si contavano le prime perdite. Soltanto quando è arrivata la scena surreale in cui il marito “dimostra” di aver ritrovato il perduto senso di protezione per la famiglia, hanno smesso di piangere per il dolore e hanno cominciato a piangere dalle risate. Poi è arrivato il colpo di grazia: il finale. L’autista che guida il pullman in maniera sconsiderata poteva rappresentare la vera opportunità di riscatto per Tomas; se c’era qualcuno che avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di costringere l’autista a fermarsi, questo era proprio lui. Invece, misteriosamente, anche qui è stata la moglie ad aver preso l’iniziativa per evitare il peggio. Dunque, alla fine della vacanza, nulla è cambiato. Una valanga di complimenti spropositati per un film di due ore di cui non resta che una nuvola di neve, letale soprattutto per gli spettatori congelati dalla noia.

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